Archivi del mese: gennaio 2012

UN RICONOSCIMENTO VIRTUALE

E’ con immenso piacere…e un pochino di rossore sulle gote che ringrazio la solita mamma  per aver pensato anche a me per questo riconoscimento e per le parole legate alla sua scelta. La solita mamma infatti scrive:

Anche per quanto riguarda i blog da premiare, la solita mamma si limita a segnalarne “3” (altra eccezione ma vuole anche spiegare perché):
Si tratta di tre mamme-blogger bellissime e speciali.
Ognuna di loro interpreta il ruolo di madre in modo straordinario e diverso tra loro.
Le ammiro virtualmente e spero possano accettare questo premio, che prima di tutto è un gioco, ma che vuole essere anche un gesto di stima da parte della solita mamma nei loro confront
Il riconoscimento rappresenta quasi un gioco virtuale per approfondire le conoscenze di chi scrive.
Nel mio caso, il blog l’angolo di White B. é la casa di tutti, parlo pochissimo di me proprio perchè ci tengo a fare da specchio agli altri.
Per far fede al gioco, posso citare alcuni di quelli che attraverso la blogsfera mi hanno insegnato tantissimo.
Gabriele è per me quasi un fratello minore, pur non conoscendolo, che vorrei proteggere da quello che sta passando e che stimo per la forza e il coraggio con cui affronta la malattia.  Mi piace la sua riservatezza, la sua timidezza, il rispetto per i suoi genitori, e credo che molti adolescenti di oggi dovrebbero avere la sua forza. Di Wide apprezzo il suo attaccamento alla vita e alla sua meravigliosa famiglia, e adoro il suo modo di reagire difronte agli intoppi. Kelle, attraverso le sue fotografie e le sue parole, mi ha insegnato che nella vita gli imprevisti possono arricchire e dare vita a nuovi aspetti ancora più stimolanti. Ester, con la sua dolcissima semplicità,  mi da forza, speranza e serenità; mi insegna ogni giorno ad ascoltarmi, ad ascoltare quello che è, lentamente, senza ansia.
Di persone meravigliose ce ne sono tantissime intorno a noi, più di quanto crediamo!
La blogsfera ci permette di conoscere anche quelle lontane.
Grazie alla solita mamma per il suo bellissimo pensiero e per avermi coinvolto e regalato questo riconoscimento virtuale!
Buon Weekend a tutti voi.
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TRISOMIA 21

Come tutte le future mamme ha fatto gli esami in gravidanza. Come molte (la metà, pare) ha deciso di andare avanti. Come poche o pochi sanno fare, ha trasformato un handicap in una rinascita. E’ la storia in sintesi di Antonella Falugiani, madre di Irene e presidente di Trisomia 21, l’associazione che accoglie e aiuta a camminare nel mondo tutti i nati con la sindrome di Down. Aveva un lavoro, lo ha lasciato. Aveva comodità e agi, li ha abbandonati. E ha portato non solo l’altro figlio e il marito ma anche molte altre famiglie come la sua nel mare aperto dell’impegno sociale. L’ultima scommessa su cui ha messo la firma è il bar del Mandela Forum, nel quale lavorano, a turno, venti ragazzi Down. Con difficoltà, con qualche timore o battute d’arresto, ma alla fine con successo. Perché non c’è investimento più redditizio del dare fiducia a chi è abituato a non averla: il ritorno è assicurato.

 Gli episodi più spiacevoli?All’inizio i clienti tendevano a parlare con l’unico operatore non Down, ma a poco a poco le barriere sono cadute e ora se non vedono i ragazzi chiedono dove sono, si sono affezionati. Solo una volta, ricordo, un signore ha lasciato il caffè sul banco in segno di disprezzo. Ma è stato un caso isolato.

La barriera più grande da abbattere?L’ignoranza. Che fa giudicare le persone, e quindi anche i Down, dall’aspetto esteriore.

 Per lei tutto cominciò dieci anni fa, con Irene…Sì, avevo già un figlio e dopo molti anni sono rimasta incinta. Il triplo test segnalava forti sospetti di anomalie ma io decisi di non fare ulteriori accertamenti. Non avrei comunque rinunciato alla mia gravidanza, che avevo faticosamente cercato per tanti anni

Cosa le ha dato questa maternità?Intanto la forza per decidere di lasciare tutto. Avevo un lavoro impegnativo, tenevo l’amministrazione di tre aziende. E trattavo argomenti freddi, sterili, che in fondo non mi interessavano. Si è aperta la possibilità di portare avanti l’associazione Trisomia 21 e ho deciso di licenziarmi. Il caso ha voluto che di lì a poco anche mio marito, che lavorava alla Matec, perdesse il lavoro. Non sono stati momenti facili. Ma poi le cose si sono aggiustate e mi creda, non tornerei mai indietro.

Cosa è cambiato, dentro di lei?Ho dato un senso alla mia vita

Qual è la missione di Trisomia 21? Accogliere e seguire chi ha la sindrome di Down dalla nascita alla vita indipendente. E questo è possibile solo se un’equipe di persone lavorano in sintonia creando e seguendo progetti personalizzati.

 Quanto indipendenti?Se seguiti fin dall’infanzia, possono vivere da soli, avere una sessualità e una vita affettiva stabile, lavorare e pagare le tasse come tutti i cittadini. E’ quindi un buon investimento anche per lo Stato, che altrimenti spenderebbe in strutture di sostegno

A che punto è la crescita di Irene?Direi buono. Tempo fa ci raccontò che a scuola un bambino le aveva detto che era nata male. E tu cosa hai detto?, le abbiamo chiesto. Che male era nato lui, ha risposto. Ecco, ha dieci anni ma se la cava piuttosto bene.

 E Lorenzo, il fratello più grande, è coinvolto in questa missione? Molto. Ed è arrabbiato. Perché si rende conto che in una società dove i modelli sono la bellezza stereotipata e la superficialità, il Down viene visto male semplicemente perché è diverso. E si accorge di quanto è difficile informare, spiegare, abbattere i pregiudizi. Ma anche lui, a suo modo, lotta contro l’ignoranza.

 

 

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ODE ALLA VITA

Pensavo che l’essere colpiti da una malattia grave potesse in qualche modo, a causa della paura, farti sentire più vicino al concetto di morte. Ma mi sbagliavo. Leggendo le parole di questa scrittrice brasiliana mi rendo conto che tutti siamo molto più vicini al morire di quanto ci immaginiamo, vivendo in un certo modo.

Prima di leggerle RICORDATEVI che queste righe vogliono semplicemente essere un’ode alla vita:

 “Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,chi non cambia la marcia, chi non rischia e non cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle “i”, piuttosto che un insieme di emozioni, proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non legge, chi non viaggia, chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare, chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità…”

 Martha Medeiros

 

 

Voi che ne pensate? Come vivete la vostra vita? Siete d’accordo con Martha?

 

 

 

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Taxiiiii…..e i desideri diventano realtà!

La storia che sto per raccontarvi ha il sapore di una vera e propria fiaba, che ti riporta indietro a quando eri piccolo e rimanevi impressionato da certe figure magiche, quasi fatate.

La storia è quella di una signora speciale, Caterina Bellandi,  che difronte alla morte precoce del proprio compagno, non si da per vinta, non si lascia sopraffare dal dolore, ma preferisce convertirne una parte di esso nell’aiuto verso gli altri, più specialmente verso i più piccoli. Una zia magica che difronte alla paura della malattia sorride e non si piega.

Quando il suo compagno Stefano si arrende ad una malattia inguaribile, prima di lasciarla, le affida il suo taxi: Milano 25. Caterina allora decide di cambiare vita: lascia il suo lavoro in azienda e inizia l’avventura alla guida per le strade di Milano. Sul taxi dipinge una grande margherita.

Tre anni dopo la svolta, grazie ad una bimba (sono sempre loro che ci cambiano la vita! I bimbiii!!) che sale con i suoi genitori sul taxi e racconta a Caterina di aver perso da poco il fratellino per un glioblastoma.

Caterina allora decide che quello sarebbe diventato un taxi colorato che GRATUITAMENTE avrebbe accompagnato i bimbi ammalati verso i propri sogni.

Un cappellone pieno di fiori. Abiti coloratissimi. Un taxi pieno di pupazzi con occhi e bocca disegnati sulla carrozzeria. E un sorriso impossibile da dimenticare.

Sulla sua strada che percorre quotidianamente, lastricata di storie dolorose ma anche di sorrisi e di sogni che si realizzano e che si infrangono, trova tante persone disposte ad aiutarla. Sono imprese pazzesche, quelle in cui riesce. Organizza un viaggio in mongolfiera per un bambino ammalato che ha sempre sognato di farlo, accompagna a Londra Luca, un adolescente, da anni alle prese con un sarcoma, che non ha perso la voglia di vedere il mondo.

L’ultimo viaggio?
«Sono appena tornata dalla Sicilia, a Messina, dove due genitori mi aspettavano. Qualche tempo fa hanno perso il figlio. Ho suggerito loro di fare qualcosa nella loro terra, da cui erano stati costretti a venire via dopo la diagnosi. E loro si sono innamorati di questa idea, hanno creato una onlus e hanno finanziato il reparto di onco-ematologia dell’ospedale cittadino. Sono convinta, perché l’ho provato sulla mia pelle, che il dolore li accompagnerà per sempre, ma con uno scopo la loro vita sarà più piena. Per me è stato così: la vita va vissuta, senza paura. Ed è quello che cerco di fare, ogni giorno. Se ci si affida all’amore, si viene ricompensati».

La gente, di solito, ha paura del male…
«È proprio questo l’errore. Per vivere bene, bisogna sapere accettare la morte. Guai ad avere paura a entrare negli ospedali o nei cimiteri. Sono convinta che tutto questo dolore debba avere un senso e non solo nell’aldilà, ma anche su questa terra. Per questo sorrido sempre. E ai funerali dei bambini vado con il mio taxi coloratissimo».

Sorridere, sempre.
«Sì, soprattutto quando sei disperato. Al dolore, va data una risposta gioiosa. E questo fottuto metodo, una volta che si è imparato a metterlo in pratica, funziona».

È così che sono nati i super-eroi? 
«I super-eroi sono i bambini che ogni giorno lottano con la malattia, affrontando la chemio e la radioterapia. Se qualcuno è malato a una gamba, è lì che sono concentrati i suoi poteri speciali».

E nell’ottica di capovolgimento del dolore, ti vesti in modo stravagante e coloratissimo?
«È il mio modo di incuriosire gli altri. Abiti e pupazzi sono un modo per risvegliare il prossimo, chiamarlo a lavorare per la solidarietà. C’è tanta gente che ha voglia di impostare la vita seguendo l’ irresistibile impulso che è l’amore, ma ha paura di esporsi. Con i miei cappelli pieni di fiori e la mia disponibilità a raccontare, li spiazzo e li trascino. Se mi vestissi di nero li spaventerei. Invece, chiedo aiuto regalando un sorriso».

Le storie che racconti, a volte, finiscono male. Eppure sono piene di allegria. Oggi eri al Meyer per lanciare i palloncini in ricordo di super-Filli, che da pochi giorni non c’è più.
«Filomena aveva 12 anni ed era di Marignolle, in Campania. Tempo fa la stavo riaccompagnando a casa e le chiesi come era Napoli. Lei mi rispose che, pur abitando a venti chilometri di distanza, non l’aveva mai vista. Così facemmo una deviazione e trascorremmo una bellissima giornata insieme. A Napoli abbiamo conosciuto Antonella che poi ha chiesto a Filli di fare la damigella d’onore al suo matrimonio. Anche quella è stata un’esperienza meravigliosa. Come la sua festa di compleanno, organizzata venti giorni fa, con palloncini, clown e tutti gli amici. Oggi, i palloncini in suo onore, li abbiamo lanciati davanti alla stanza sterile dove sta Giorgio, un tremendo, ma adorabile scugnizzo napoletano di 14 anni – pensa che per il mio compleanno ha fatto una festa con i botti. È arrivato al Meyer sei mesi fa. Lui non può uscire di lì per 15-20 giorni e noi abbiamo fatto la performance davanti alla finestra della sua stanza, così ci ha potuti vedere… ».

SE VEDETE UN TAXI COLORATO E UN CAPPELLO CHE ESCE DAL FINESTRINO NON ESITATE A SALUTARLO E A SORRIDERE! ZIA CATERINA POTREBBE ESSERE IN CORSA PER UN’ALTRA MISSIONE!!!

Taxiiiiiiiii

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I’M HERE AGAIN!

Bentornati a tutti voi!

Questo, lo sento, è un anno frizzante, pieno di novità e di belle notizie,

 almeno lo spero.

Sono ritornata qui ancora più carica, più positiva e più convinta dell’importanza di diffondere la condivisione delle esperienze, qualunque esse siano.

Parleremo di tutto, proprio tutto, insieme, anche quest’anno.

Aspetto anche le vostre storie, le vostre esperienze.

quindi… che i post abbiano inizio!

Un abbraccio a tutti quelli che anche quest’anno mi supporteranno, criticheranno, ma almeno…diranno la loro!

 

 

 

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