DUE LEZIONI…CINEMATOGRAFICHE

In questi giorni ho visto due film meravigliosi, entrambi ispirati a storie vere. Ve li consiglio perchè sono speciali, perchè parlano da soli, perchè contestualizzano la disabilità all’interno di un mondo particolare, a suo modo altrettanto diverso.

Il primo film risale agli anni ottanta e parla di un ragazzo di sedici anni, Rocky, il cui volto è deformato da una rara malattia che colpisce un bambino su 22 milioni, comunemente chiamata “leontiasi“. Il contesto in cui cresce Rocky potrebbe sembrare in un primo momento quello di un ragazzo all’interno di un gruppo di disagiati: non ha un padre, la madre cambia uomo ogni sera e la sua “famiglia” è costituita dal gruppo di amici bikers della madre, con lavori saltuari. Quello che potrebbe sembrare un limite è invece la sua più grande fortuna: il gruppo lo protegge e non vede la sua diversità, la madre lo sprona a superare con ironia la paura di non essere accettato. Infatti Rocky, grazie loro, non si sente per niente un mostro, anzi scherza perfino sulla sua condizione di ragazzo deforme. Rocky incontra l’amore, conserva il sogno di girare l’europa in moto, insomma è un normalissimo adolescente.

La figura del film su cui mi voglio soffermare è quella della madre, una donna particolare, tanto dolce e schietta con suo figlio, quanto aggressiva e diretta con chi vuole considerare Rocky un “diverso”. Questa madre ha cresciuto da sola suo figlio, ha lottato contro una società piena di pregiudizi e si è dovuta isolare dai suoi genitori, ciechi difronte alla sua bravura nell’aver cresciuto Rocky totalmente indipendente e sereno. No, i genitori vedono solo quella figlia che non ha un lavoro fisso di otto ore, che non ha la casa perfettamente in ordine, che beve birra e rimane sul divano invece che preparare un pranzetto delizioso per i nonni che vengono a trovare il nipote la domenica.  Noi spettatori invece vediamo una donna fortissima che si scaglia contro l’ignoranza di una società che preferisce isolare il “diverso”, di medici che danno a Rocky ad ogni visita, da sempre,   un’aspettativa di vita di pochi mesi, contro quel preside della nuova scuola che dice che “suo figlio avrebbe bisogno di una scuola speciale perchè in questa scuola metterebbe in imbarazzo gli altri  compagni”.

Questo è purtroppo l’aspetto che emerge: la lotta costante non solo contro la malattia, che presa nel modo giusto non riesce ad appesantire la vita del giovane ragazzo, ma soprattutto contro gli altri, quelli “normali”, sempre pronti  a giudicare se vali o no, familiari compresi.

Il secondo film, più recente, è lo straordinario incontro tra due mondi, così diversi ma che hanno molto da darsi. In questo film si ride e si riflette sulla disabilità, sul senso di impotenza psicologica che essa crea,  sull’atteggiamento automatico verso un tetraplegico, perché si vede solo quella condizione e non più quella di uomo. Si impara a scherzarci sopra e evitare pietismi, sentimentalismi tipici della materia trattata.

Mi vorrei concentrare molto sulla figura del badante della persona disabile, Driss, un ex-galeotto poco formale e molto spicciolo e diretto. Questo suo modo di vivere riesce a liberare psicologicamente dalla condizione di disabilità il miliardario paraplegico Philippe  e a farlo sentire una persona normale. Si, perché Driss lo vede semplicemente come un’altra persona e rompe gli schemi classici, le attenzioni morbose, quel linguaggio attento e sulle punte che normalmente si utilizza con chi è malato. I due mondi si intrecciano a tal punto da diventare complici. Questo è il bello, diventano quasi amici. E’ il “quasi” che rende speciale il loro rapporto, perché se fossero diventati amici sarebbe stato scontato. Loro sono molto di più e lo spettatore se ne rende conto e torna a casa con un bellissimo messaggio: le barriere possono anche essere abbattute senza particolari accorgimenti, semplicemente essendo se stessi.

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4 commenti

Archiviato in medicina, palliative, genitori, malattia, white, B, famiglia, bambini, lutto,family,parents,children

4 risposte a “DUE LEZIONI…CINEMATOGRAFICHE

  1. tonino

    ciao White B,

    sono entrambi film che danno una forte testimonianza di come si possa affrontare la difficoltà della malattia in maniera costruttiva. Ci vuole grinta, determinazione e sopratutto uno sguardo capace di andare oltre alle apparenze, oltre quella diversità che sembra insormontabile.
    Gli sguardi di pietà e le inutili attenzioni verso il malato non servono a nulla.
    Ai sofferenti, ai malati serve non sentirsi isolati, serve sentirsi parte del mondo in virtù di quello che loro sono e non in virtù della malattia. Ai sani il compito di relazionarsi alla persona e non alla loro patologia.

    Grazie White B.

    • Ciao Tonino!
      Sono totalmente d’accordo con te. Secondo me questi film andrebbero proiettati nelle scuole per incominciare a parlare ai giovani della cosiddetta “diversità” e per trasmettere il messaggio che suggerivi tu: “Ai sofferenti, ai malati serve non sentirsi isolati, serve sentirsi parte del mondo in virtù di quello che loro sono e non in virtù della malattia. Ai sani il compito di relazionarsi alla persona e non alla loro patologia”.
      Magari potremmo iniziare in famiglia!!!
      Un abbraccio

  2. Ho visto il primo film di cui parli tantissimi anni fa e ricordo che mi era piaciuto molto, aveva colpito anche me la figura della madre così come la grande forza d’animo del figlio, non mi dispiacerebbe rivederlo..

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