Archivi del mese: marzo 2013

I BAMBINI CI EDUCANO

In questo lungo periodo di seconda maternità sto dedicando parte del mio tempo alla lettura di libri sui bambini (cosa che con il mio primo bimbo non mi era passata per la testa, visto che ero concentrata più su come educarlo che su cosa lui potesse insegnare a me 🙂  ) e più approfondisco più mi sembra di entrare in un mondo meraviglioso a cui voglio assolutamente appartenere e con cui voglio confrontarmi.

Sembra un concetto lontano anni luce ed invece è a casa nostra, proprio ad un palmo di mano. Il bambino. Il nostro bambino. Ognuno diverso, ognuno speciale. Per chi ha più di un figlio può verificare direttamente quanto può essere diverso, da bimbo a bimbo, il loro essere magici , in tutte le situazioni. Il bambino è lo specchio di quello che vive e del mondo che lo accoglie, soprattutto dei suoi genitori. Più lo osserviamo, spiamo i suoi atteggiamenti quando è da solo o con i fratelli e fuori casa, più capiamo cosa siamo riusciti a trasmettergli di buono, di importante.

E come facciamo a capire invece cosa lui insegna a noi giorno per giorno ?

Io l’ho capito tardi. troppo tardi. Almeno mi è servito e continua a servirmi tutti i giorni con il mio secondo bimbo e anche osservando gli altri bimbi con le loro mamme/papà.

Il mio primo figlio mi ha insegnato così tanto che porterò sempre nel cuore quello che mi ha lasciato. Tanta forza. Tanta solarità. Tanta dignità. Tanto amore. Mi ha insegnato ad essere migliore oggi, con Pietro, il secondogenito, suo fratello. Meno attaccata a schemi, a paure. Più libera di esprimere tutto l’amore che ho senza l’ansia di viziarlo. Più voglia di condividere la mia vita, di mettere da parte le mie cose per fare posto alle nostre. Mi ha educato ad essere madre al 100%, senza freni.

E anche Pietro mi sta dando tanto. Mi sta insegnando a frenare, a rallentare per godermi ogni minuto che passa, anche se la casa è un casino, anche se magari si deve uscire per la spesa. Mi sta trasmettendo che quel tempo che dedico a lui magari davanti alla finestra se fuori piove o in giardino su di una coperta multicolore, non tornerà facilmente allo stesso modo. Sarà comunque sempre diverso.

E quando in televisione vedo la storia di Sofia, la cui vita di appena un anno e mezzo, una mattina, cambia radicalmente e si trova difronte una malattia maledetta che si mangia un pochino del suo corpo giorno per giorno, capisco e imparo. Vedo la forza nei suoi occhi, tutta la forza che riesce a trasmettere ai suoi genitori per combattere per i suoi diritti, la stessa grinta che mi trasmetteva mio figlio. E capisco che i bambini ci educano anche nella malattia. Ci educano su come affrontarla, lottare, rimanere col sorriso nonostante tutto, ci educano ad essere solidali con le altre famiglie che vivono la medesima situazione, a volte ci educano anche alla morte.

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A proposito di fratelli…

Mi scrive Berenice, ve la ricordate???
Con immenso piacere mi inoltra questo articolo del Fatto Quotidiano che vi propongo molto volentieri e su cui credo ci sarebbe molto da dire. Voi, che ne pensate??

DISABILI: le emozioni e il futuro dei fratelli, tra solitudine e responsabilità

L’Associazione Internazionale Ring 14 Onlus di Reggio Emilia dal 2009 organizza il progetto “Fratelli di…”, per dare una risposta a questo disagio e prevenire difficoltà future. “Sono costretti a crescere in fretta. E reprimono ansia e rabbia o cercano di richiamare l’attenzione con comportamenti provocatori”

C’é una persona di cui spesso non si tiene conto quando in casa si ha un figlio disabile: suo fratello. Si pensa alla sofferenza, l’emarginazione e le difficoltà che vive ogni giorno la persona con handicap, o alla disperazione e determinazione dei suoi genitori, ma non alle difficoltà che può avere l’altro figlio, quello sano. Eppure, anche a lui, o lei, non mancano i problemi, a partire dalle emozioni, non sempre positive, che provano verso questo fratello o sorella, che suo malgrado catalizza tutte le energie e le attenzioni dei genitori. Il risultato é che molti di loro diventano o iper- responsabilizzati per non essere di peso, o dei provocatori che cercano di attirare l’attenzione.

Ecco perché l’Associazione Internazionale Ring 14 Onlus di Reggio Emilia dal 2009 organizza il progetto “Fratelli di…”, per dare una risposta a questo disagio e prevenire difficoltà future. Un progetto educativo che, come spiega Stefania Azzali, presidente dell’associazione, “vuole mettere al centro dell’attenzione adolescenti e preadolescenti, che hanno un fratello o una sorella con gravi disabilità nel modo più naturale possibile: coinvolgendoli in attività ricreative, pensate appositamente per fare gruppo tra persone che vivono le stesse difficoltà e sviluppare così una sana consapevolezza del proprio vissuto”. Si é partiti con un gruppo di una ventina di preadolescenti, di circa 11-14 anni, con fratelli affetti da vari handicap e malattie genetiche (tra cui la Ring14, provocata da alterazioni del cromosoma 14) che vivono tra Reggio Emilia, Parma e Modena, e che ora hanno 15-18 anni.

Finora l’associazione non é riuscita ad avere altri fondi per allargare il progetto e lavorare in sinergia con altre onlus. L’idea alla base é semplice: aiutare questi ragazzi facendogli vivere delle esperienze positive. “Non li abbiamo messi attorno a un tavolo con uno psicologo – continua Azzali – ma organizzato attività ludiche, come una pizza o un weekend in campeggio per creare un gruppo affiatato che iniziasse a discutere. Mano a mano abbiamo inserito dei contenuti per approfondire i problemi psicologici, insieme a psicologi ed educatori”. Stando insieme ad altri coetanei con i loro stessi problemi e riuscendo a discutere delle loro emozioni “hanno imparato a capire che é legittimo avere paura, essere arrabbiati o provare vergogna, o qualsiasi altro tipo di emozione – aggiunge Azzali – che viene così elaborata e condivisa con gli altri. Per loro é anche utile vedere come si comportano gli altri con i propri fratelli”. Spesso vivono infatti grandi difficoltà in solitudine, senza possibilità di confrontarsi in famiglia, ma anche tra gli amici che non hanno gli strumenti per comprendere angosce, rabbie e imbarazzi, che possono compromettere l’autostima.

“Sono costretti a crescere in fretta, dovendo rispondere ad aspettative altissime, tra cose non dette e disagi mai affrontati – rileva Luca Ventura, psicologo coordinatore del progetto – Loro sono quelli che non devono chiedere. Così o diventano autonomi prima degli altri, ‘perfetti’ e compiacenti, reprimendo ansia, rabbia e cercando di far fronte da sé ai problemi, o cercano di richiamare l’attenzione con comportamenti provocatori”. In molti casi si sottovaluta anche un altro aspetto fondamentale: probabilmente saranno loro a doversi prendere cura dei fratelli svantaggiati in futuro. Anche perché in Italia le opzioni per il ‘dopo di noi’ sono poche e inadeguate. “Ci sono alcune strutture che li possono accogliere – sottolinea Azzali – come i centri diurni, residenze socio-assistenziali o case protette, ma non tutti hanno posto o sono idonei, soprattutto per i disabili gravi o con autismo. In molti casi il personale non é specializzato, e nello stesso centro convivono anziani, disabili piccoli e grandi, con handicap intellettivi e motori. Una situazione che crea ansia alle famiglie, che si arrabattano come possono. Chi se lo può permettere prende una badante a casa”. Lo conferma anche Pietro Barbieri, presidente della Fish (Federazione italiana superamento handicap): “Dagli anni ’50 in Italia le famiglie hanno smesso di mettere i figli disabili in istituti e hanno cercato di tenerli a casa con loro, auto- organizzandosi in centri. E siamo ancora fermi lì sostanzialmente. Si é iniziato con i centri diurni, che non si quanti sono e sono ormai diventati più un luogo di contenzione. Ci sono grandi istituti o fondazioni, e poi si é avviata l’esperienza delle case famiglia e comunità-alloggio, ma si tratta di sperimentazioni. Non c’é un servizio uniforme in tutta Italia e le famiglie sono lasciate in balìa delle loro preoccupazioni per il futuro dei loro figli”.

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