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OSCAR E LA DAMA IN ROSA

Una lettura cruda e diretta. Ma VERA e unica. Un bambino che si ritrova da solo con la sua malattia, ormai terminale. E’ solo, perchè genitori e medici sanno che morirà. E hanno paura. Di confrontarsi, di affrontare il tema “malattia-morte”. Ma, al contrario di quello che credono gli adulti,  Oscar è ben consapevole della sua morte, sa bene che la sua vita sta per spegnersi. Non ha paura e a dire il vero è quello che ha meno paura di tutti.

Caro Dio, mi chiamo Oscar e ho dieci anni…vivo all’ospedale a causa del cancro. L’ospedale è un posto strasimpatico, è molto gradevole se sei un amalto gradito. Io non faccio più piacere. Da quando sono stato sottoposto al trapianto di midollo osseo, sento proprio che non faccio più piacere. Quando il dottor Düsseldorf mi visita, la mattina, lo fa di malavoglia, lo deludo. Mi guarda senza dire nulla, come se avessi commesso un errore. Eppure ho affrontato con impegno l’operazione; sono stato bravo, mi sono lasciato addormentare, ho avuto male senza gridare, ho preso tutte le medicine. (…). Più il dottor Düsseldorf tace con il suo sguardo sconsolato, più mi sento colpevole. Ho capito che sono diventato un cattivo malato, un malato che impedisce di credere che la medicina sia straordinaria.

Oscar rappresenta la sconfitta della medicina. Quando passa per i corridoi dell’ospedale le infermiere lo guardano con lo sguardo triste; sua madre ha paura di abbracciarlo; i dottori hanno perso ogni speranza.  Nessuno nell’ospedale ha coraggio di dirgli quello che succede, non vogliono dire niente per non spaventarlo, ma in realtà, la verità è che ad essere TERRIBILMENTE spaventati sono loro.  I genitori di Oscar vogliono apparire forti agli occhi del figlio. Ma l’effetto è l’esatto contrario: più loro su ostinano a non parlare con Oscar della sua malattia più lui percepisce la loro paura, si sente in colpa e crede di non essere amato dai suoi genitori, ha paura di terrorizzarli.

La mia malattia fa parte di me. Non devono comportarsi in modo diverso perché sono malato. O possono amare solo un Oscar in buona salute?“

La malattia dona ad Oscar una consapevolezza speciale per un bambino della sua età e una forza interiore capace di dare lezioni di vita perfino ai suoi stessi genitori, che affranti dal dolore non riescono ad affrontare la situazione.

In ospedale Oscar incontra un’anziana signora, Nonna Rosa, che stringe con lui un formidabile legame d’affetto e che rappresenta per Oscar la verità. E’ proprio questa signora che lo sprona a reagire a tutto ciò che lo circonda attraverso un gioco magico e gli regala la vita piena negli ultimi giorni. Sembra quasi che questa signora e il suo gioco abbiano prolungato il poco tempo rimasto ad Oscar per riempirlo con tutta la vita possibile. Intensa e toccante amicizia, Nonna Rosa è  la sola capace di diventare depositaria delle confidenze di Oscar, portandolo a riconciliarsi con i genitori dopo molte incomprensioni.

Un libro piccolo e veloce, ma molto educativo e pieno di spunti di riflessione per tutti. Ve lo consiglio anche per imparare a superare la paura di parlare di certi temi…difficili.

 

 

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DISABILITA’: UN CAMMINO SPINOSO

I bambini hanno diritto allo sviluppo in tutti gli aspetti della loro vita compreso lo sviluppo fisico, emotivo, cognitivo, psicosociale, sociale e culturale“.  Convenzione ONU sui diritti del bambino (1989).

Quando la disabilità irrompe  in una nuova famiglia ne sconvolge la quotidianità, la possibilità di sentirsi parte di una società. Ridefinire un progetto di vita sembra lontanissimo e riappropriarsi del proprio futuro sembra essere negato.

E’ importante, se non fondamentale, ricordarsi che difronte ad un bimbo con disabilità si parla sempre e comunque di un bambino, con la sua voglia meravigliosa ed irrefrenabile di vivere.

Una settimana fa ho conosciuto una famiglia speciale. Entro in questa casa bellissima, avvolta nel verde, semplice ma molto accogliente. E conosco loro. Una mamma, un papà, e i loro due figli, uno con disabilità grave.  Iniziamo a chiaccherare senza formalità o blocchi, come se ci conoscessimo da sempre. Mi sento a casa tra amici e rimaniamo due ore a scambiarci opinioni, ascolto la loro storia e quella di questo bimbo che anche se con una grave disabilità psichica e motoria ha portato molto in questa famiglia e senza dubbio non ha tolto niente.

Di ingiustizie oltre a quella di un destino che nessuno si aspettava, questa famiglia ne ha vissute molte. La loro storia, il loro vissuto, il loro voler far vivere una vita il più possibile alla normalità ad un bambino come gli altri che se lo merita, è la storia di tante famiglie e del loro dramma. Ci tengo a parlare di questo per evidenziare il dolore, l’impotenza di tante famiglie e dei loro figli disabili, che non hanno colpe, ma solo la caratteristica di essere bambini speciali.

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AIUTAMI A NON AVERE PAURA

“Io questa storia non avrei proprio voluto scriverla”. Così inizia il libro di Cristiana Voglino, Aiutami a non avere paura , in cui l’autrice racconta la sua esperienza di madre alle prese con quella che, forse, è una delle esperienze umanamente più difficili. Affrontare la grave malattia della propria bambina. Qualcosa che, cogliendoci impreparati, ci catapulta in una dimensione sconvolgente, ma che deve essere affrontata. L’autrice non tace nulla, dopo aver superato le resistenze iniziali. Sebbene incoraggiata da tanti, infatti da principio la Voglino (che di mestiere fa l’attrice) non vuole raccontare: le sembra che descrivere il dolore significhi esibirlo. Corredate da molti disegni infantili, le pagine descrivono l’incontro con la malattia della propria figlia di 7 anni; la diagnosi graduale; il distacco con la vita precedente (“per i genitori di un bimbo malato il sonno profondo è un incubo: non si gioisce più. È un momento di terrore”); la necessità di riorganizzare tempi, spazi e stati d’animo nella vita in ospedale, e in quella che forse ne è una delle zone più lancinanti, l’oncologia pediatrica. Addentrandosi in queste dolenti e sospese giornate, le pagine raccontano l’impatto che la malattia di un figlio produce sui genitori, individualmente e come coppia (“è veramente più semplice lasciarsi. Decidere di proseguire insieme significa, credo, rinunciare al ricordo di ciò che era prima”). L’impatto devastante sugli altri fratelli (sui quali spesso si producono dei traumi psicologici enormi, giacché non riescono a comprendere perché uno dei genitori li abbandoni per dei mesi interi), nonché la difficoltà di gestire i parenti, il più delle volte invadenti e inopportuni (“come ci si può chiedere se un bambino avrà capito che il suo tumore è maligno se il giorno dopo l’esito istologico i parenti invadono la sua stanza con i regali?”, si domanda un padre arrabbiato). Con un tono che riesce a essere al contempo lieve e profondo, ironico e caldo, Cristiana Voglino racconta le strategie di sopravvivenza (“dopo un po’ che vivi l’ospedale, impari davvero a cambiare il tuo punto di vista: dobbiamo imparare a guardare la flebo mezza piena!”), i legami tra le madri dei piccoli pazienti (“in quel reparto non sei la mamma solo di tuo figlio, sei la mamma di tutti i bambini ricoverati: anche quelli ti appartengono”). Poi, inaspettato ma mai dato per impossibile, il ritorno alla normalità, il rientro a casa per lei e sua figlia, momento tanto sognato ma che porta anche un profondo senso di vertigine. E ancora, quasi il senso di colpa per avercela fatta, perché c’è anche “chi-non-ce-la-fa”. C’è molto dolore in queste pagine, ma non c’è mai disperazione. Perché il merito del libro è proprio quello di dimostrare che esiste, almeno, la possibilità di vedere una strada. “È strano come appaiono diversi i rumori quando sei pervaso dal dolore: la sensorialità è al massimo. Il rumore del phon, il chiacchiericcio della gente, lo squillo del telefono… ti diventano insopportabili se metti il tuo dolore al centro del mondo. Ma se accetti che la vita ti porti per un po’, quei rumori diventano suoni. E ti accompagnano anche”. Cristiana Voglino racconta dunque la ricerca di senso e di aiuti negli scambi con gli altri bambini, con i loro genitori, così come con medici, chirurghi, infermiere, maestre e terapiste (“attorno a noi è stata costruita una rete”). Tra gli adulti, spicca la maestra, questa giovane donna che ha indubbiamente scelto gli alunni più “esigenti”. Avendo con i piccoli pazienti un rapporto non mediato da legami di parentela, è spesso con lei che i bambini sono più schietti. Più lucidi e onesti: molti bimbi tacciono con i genitori perché vogliono preservarli dal dolore. È duro da accettare per noi adulti, racconta la maestra, “perché credere nella leggerezza, nell’innocenza del bambino, ci permette di rifugiarci in un pensiero più tranquillo, ci permette di illuderci che il nostro bambino soffra di meno, perché meno consapevole, meno appesantito, meno pauroso! Convincerci di questo però vuol dire negare a lui la possibilità di essere accolto nel suo dolore, con la sua paura, nella sua rabbia”. Nonostante la voce del racconto sia quella di un adulto il libro riesce a restituire l’ottica del bambino. È lo sguardo del bambino che si posa sulla sua malattia, e la descrive (“ho un cancro nella pancia. È una ranocchia: non dovrebbe stare nella pancia, quindi i dottori mi daranno delle medicine per farla diventare piccola. Poi potrò farla uscire, facendo la cacca”). È il suo sguardo maturo e lucido che giudica gli adulti che lo circondano. Adulti che a volte sono i suoi stessi genitori: non visto, “Testa d’Uovo” ascolta il medico dire ai genitori che non ce la farà. “Volete abbracciarlo?” domanda il luminare, “non ne avrei il coraggio; non deve vederci in questo stato”, rispondono loro. “Testa d’Uovo pensa: vigliacchi. Sono due vigliacchi. Peggio: sono due vigliacchi che mi prendono per un vigliacco”. Aiutami a non avere paura è la richiesta del titolo. La domanda che i bambini rivolgono agli adulti. Eppure, forse, il senso del racconto e della testimonianza della Voglino è che sono i bambini stessi ad aiutarsi. E ad aiutare gli adulti, inermi, che li circondano. “I bambini riescono a dare un senso alla loro vita anche di fronte all’assenza di un domani. Sapete perché i bambini sono una scuola incredibile di accettazione della propria malattia? Perché non la nascondono. Un bambino non-vedente si definisce cieco, un non-udente è sordo e un bimbo ricoverato in oncologia ti dice: ho il cancro. Le cose vengono chiamate con il loro nome, per questo non fanno più paura”.

 

 

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A CASA E’ PIU’ MEGLIO!

Questo weekend l’associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma  (A.I.L.) ha promosso la vendita delle stelle di natale in 4000 piazze italiane per raccogliere fondi per l’associazione. Il prof. Mandelli, presidente dell’A.I.L., invitato in numerose trasmissioni televisive, ha parlato della necessità dell’assistenza domiciliare pediatrica.

Ma cos’è questa assistenza domiciliare pediatrica?

Perchè si pensa che sia migliore dell’ospedale?

Assistere i bimbi con malattie croniche inguaribili (tumori, leucemie, ma anche malattie metaboliche, neurologiche, e molte altre) a casa loro con la stessa competenza dell’ospedale è un diritto. Sì, perchè questi bimbi spesso rimangono nei reparti di pediatria solo per un semplice prelievo di sangue, una chemio ridotta, o molte altre prestazioni che potrebbero essere fatte a casa.

In Italia il servizio dell’assistenza domiciliare pediatrica è garantito, purtroppo, ancora da pochi ospedali.

Bellissima è la storia della nascita di questo servizio in un ospedale di una provincia italiana non tanto grande ma molto frizzante. Dopo un percorso abbastanza travagliato ma veloce, due genitori incalliti, che non hanno potuto portare a casa il loro piccolo bimbo ormai terminale proprio per l’assenza di competenze e un’adeguata organizzazione, accompagnati da una dottoressa altrettanto agguerrita sono riusciti ad avviare il progetto di assistenza domiciliare pediatrica nella loro provincia. Tutt’oggi, a distanza di pochi mesi, ormai quasi 20 bambini vengono seguiti a casa, riducendo di oltre il 60% le ospedalizzazioni.

Questo ha comportato ad un benessere psicofisico per il bimbo e la sua famiglia e ad un risparmio notevole dell’ospedale perchè le degenze sono più onerose della domiciliazione.

Questa giornata vuole celebrare anche miracoli come questi, dove la tenacia di due genitori, che pur avendo perso il loro bimbo non hanno esitato a lottare con le istituzioni locali per ottenere di curare a casa non più loro figlio ma tutti gli altri bimbi indistintamente.

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CONDIVIDIAMO

Ho chiesto ad una persona a me vicina, una mamma con una vita normalissima, se voleva dire due parole in questo blog. Ci terrei tanto che tutti i genitori, anche quelli senza niente da dire, parlassero qui. Magari anche per dare una semplice opinione sugli argomenti che vengono proposti, sulle storie più difficili, sul come ci si sente difronte alla vita meno fortunata degli altri.

Questo non è un blog dove si categorizzano le famiglie in quelle che hanno perso un figlio, quelle che hanno un problema di malattia cronica in famiglia, etc. Qui si parla di tutto e di quello che può servire per confrontarsi, capirsi, unirsi.

Mi piacerebbe che ognuno si sentisse a casa propria qui.Vorrei che questo blog  fosse veramente un luogo per tutti, senza distinzione. Un luogo di CONDIVISIONE, come ben sapete.

Ecco, questa persona a me cara a cui avevo chiesto, ha detto che preferirebbe di no. Perché ha paura. Paura di dire cose stupide, sbagliate, che non servono a nessuno. O forse perchè non ha niente da dire, visto che a casa sua stanno tutti bene.

Questo atteggiamento di negazione difronte alla mia richiesta di aprirsi, mi ha stuzzicato perchè il compito più difficile per me è proprio “stanare” queste persone e fargli capire che NON ESISTONO parole sbagliate che non servono a nessuno, almeno che non siano offensive o di dubbia interpretazione. Ognuno ha sempre qualcosa da dire, sempre, se lo vuole, se si sforza!

Vorrei veramente INVITARVI a parlare di voi in queste pagine, senza timori. Può servire tantissimo agli altri, ma anche a voi stessi!!!

Le mamme che mi hanno inviato le e-mail che ho pubblicato nei vari post hanno avuto la voglia di condividere per far sapere cosa era successo a loro e come lo hanno affrontato, oppure come vivevano oppure semplicemente si sono aperte per chiedere consigli.

Se uniamo ed intersechiamo le nostre storie, belle o brutte che siano, possiamo aiutare più di una persona.

Io ci credo e continuerò a sostenerlo: l’unione fa la forza!!!.

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Il mio secondo figlio

Aspetto il mio secondo figlio. Sono felicissima, lo desideravamo da tanto.

Ma ho paura. Di come sarò.

Il nostro primo figlio, adorato, non c’è più.  Se l’è portato via fisicamente una malattia terribile, maledetta, poco tempo fa.

Riuscirò a distinguere il mio atteggiamento di ricordo perenne e confronto col mio bimbo che non c’è più con quello nuovo, che amo già, che arriverà??

Sia chiaro, nessuno sostituirà nessuno.

 Ma riuscirò io a non stare male, a dare anche a questa piccola vita il mio 100% senza sguardi e pensieri verso l’altro bimbo che non c’è più ?

Riuscirò a non piangere rivedendo le stesse tutine, gli stessi giochi?

Riuscirò a sorridere comunque in quei momenti?

Ho anche paura che il concentrarmi sul mio nuovo bimbo e sforzarmi di non fare paragoni mi porterà a dimenticarmi di mio figlio che non c’è più … questo è quello che temo e che vorrei non accadesse perchè non me lo perdonerei…MAI”.

LASCIO CARTA BIANCA A VOI, MAMME E PAPA’.

SICURAMENTE TROVERETE PAROLE MIGLIORI DELLE MIE PER CONFORTARE, CONSIGLIARE, CONDIVIDERE LE VOSTRE ESPERIENZE CON QUESTA MERAVIGLIOSA MAMMA.

PERSONALMENTE CREDO SOLO CHE FORSE SARA’ IL TEMPO E IL NUOVO ARRIVATO AD ORCHESTRARE AL MEGLIO LE EMOZIONI DI TUTTI.

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LA MALATTIA

La malattia, si sa, non è una cosa bella, piacevole o divertente. Ha però un lato se si può dire “positivo” e cioè, se accettata, interiorizzata e non odiata, può aiutare ad acquisire una diversa consapevolezza di tutto.

Ho raccolto alcune brevi frasi di ragazzi che “ce l’hanno fatta”, sono guariti, le cui storie sono raccolte in questo libro.  La guarigione per loro è stato come nascere una seconda volta:

La malattia è stata un’ottima maestra di vita. Che ho imparato ad apprezzare”  Carlo Sampietro

Quella malattia, senza che me ne accorgessi, mi ha reso più forte. Mi ha fatto capire che, nonostante i momenti brutti, bisogna sempre essere ottimisti” Daniela Vallese

Le piccole cose diventano importanti nei giorni difficili “ Giuseppe Barone

Una volta centrato l’obiettivo della guarigione, mi sono reso conto che la mia vita aveva una marcia in più. Mi sono sentito fortissimo”  Angelo Viganò

Quello che desidero dire a tutti coloro che si trovano nel grigiore della malattia è di continuare a credere nella guarigione” … “ Se non mi fossi ammalata, forse la mia vita non sarebbe stata così piena” Sonia Garbin

Io auguro a chiunque abbia un problema di salute grave oltre che un’ assoluta guarigione, che riesca anche a cogliere ogni aspetto della malattia, non classificandosi tra “quelli sfortunati”, ma cercando di cogliere da questo incidente di percorso un momento di crescita enorme che dia quella marcia in più per affrontare qualunque aspetto della vita che verrà.

 

E voi? Cosa augurate a chi sta lottando coraggiosamente?

Hanno bisogno delle vostre parole, sempre.

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CAMPI ESTIVI PER TUTTI!

Grazie ad iniziative intelligenti situazioni difficili possono “alleggerirsi” e insegnare che siamo tutti uguali, tutti con le stesse esigenze, nella buona e cattiva sorte.

Dynamo Camp è un campo di terapia ricreativa, primo in Italia, appositamente strutturato per bambini affetti da patologie gravi o croniche (tumori, leucemie, talassemia major, anemia falciforme, emofilia, immunodeficienze congenite ed acquisite, fibrosi cistica, diabete, malattie renali croniche, epilessia, malattie neuromuscolari, spina bifida, malattie metaboliche, malattie respiratorie, asma, morbo di Crohn, difetti cardiaci, sindrome di Prader-Willy) in terapia e nel periodo di post ospedalizzazione.

 Si trova in Toscana, all’interno di un’oasi WWF. E’ una struttura attrezzata per accogliere ragazzi dai 7 ai 16 anni affetti da patologie gravi o croniche in terapia attiva o conclusa da non più di quattro anni.

Questi bambini devono sottoporsi a terapie spesso invasive e di lunga durata, che li costringono a trascorrere molto tempo in ospedale. La condizione della malattia, li porta quindi non solo ad affrontare la paura, la stanchezza e tutti gli effetti correlati alle terapie, ma vincola notevolmente anche la loro socializzazione con i coetanei.

Dynamo Camp rappresenta quindi l’opportunità, per questi bambini, di trascorrere un periodo di svago in un ambiente protetto in cui la massima sicurezza sarà sempre garantita da un’assistenza medica di eccellenza e dalla costante supervisione di personale qualificato.

Il CampAl Camp i ragazzi possono sviluppare le proprie capacità sperimentando numerose attività sia creative, sia a contatto con la natura, beneficiando dell’Oasi affiliata WWF in cui il Camp è inserito. Possono inoltre condividere momenti indimenticabili con tanti ragazzi che hanno vissuto esperienze simili alle loro e trarre grande supporto l’uno dall’altro collaborando e divertendosi insieme.

Non riesco a credere al cambiamento che vedo in nostro figlio. Abbiamo sempre pensato che fosse troppo malato per fare le cose che ha fatto al campeggio. Ora sappiamo che non era la sua condizione che gli impediva di svolgere queste attività ma noi adulti poiché pensavamo che non potesse farle. Non solo le ha fatte ma è tornato con tanta energia, fiducia in se stesso e un sorriso“.

 

Il programma del Dynamo Camp è costituito da un’ampia offerta di attività ricreative, espressive, divertenti ed emozionanti.

mission

Ogni attività a Dynamo Camp può essere interpretata come una SFIDA personale, costruttiva e senza elementi di competizione.

I ragazzi hanno la SCELTA del ritmo a cui procedere ed il limite fino a cui spingersi, ad esempio se se la sentono di recitare sul palcoscenico o se preferiscono solo aiutare dietro le quinte.

Ogni obiettivo viene raggiunto con il loro impegno individuale e con la collaborazione del gruppo: i ragazzi si incoraggiano a vicenda, lavorano in squadra e grazie al loro entusiasmo ed alla supervisione di personale appositamente qualificato, raggiungono il SUCCESSO.

Subito dopo l’attività, in una discussione di gruppo, oppure in modo più privato, scrivendo i loro pensieri in un diario, i ragazzi hanno la possibilità di fare una RIFLESSIONE sugli obiettivi che hanno raggiunto, del modo in cui ci sono riusciti e sul significato del loro successo.
Questo processo a vari livelli porta i ragazzi alla SCOPERTA di poter riuscire anche in cose di cui non si ritenevano capaci e quindi al consolidamento della fiducia in loro stessi che li aiuterà nelle successive sfide che si troveranno ad affrontare.

aturalmente l’esperienza a Dynamo Camp è soprattutto DIVERTIMENTO!! Ogni aspetto del programma è reso emozionante e coinvolgente perché con attività divertenti, i ragazzi sono più invogliati a provare nuove sfide, a raggiungere il successo, a riflettere su quello che hanno raggiunto ed a scoprire le loro enormi potenzialità.

Il calendario completo per le attività del 2021 le trovate qui.

 

 

Spesso quando il proprio bimbo si ammala ci si sente diversi e si preferisce stare in casa per evitare sguardi di pietà di chi si incontra. Riuscire a superare questo step è il primo traguardo verso se stessi e soprattutto verso la serenità dei propri figli.

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VAI GABRI!!!

Il blog di Gabriele mi è piaciuto da subito: schietto, semplice, diretto. Un ragazzo pulito, che ama disegnare, che vuole raccontarci la sua storia, la sua vita, non facile, ma che lui cerca di rendere il più normale possibile. E ci riesce benissimo, perchè leggendolo a volte sorrido, per la sua riservatezza, l’affetto per la sua famiglia, il suo cercare di rimanere adolescente nonostante una malattia che ti fa crescere anche se è troppo presto.

Mi piacerebbe che Gabriele cogliesse la soddisfazione che cerca dal suo blog anche grazie al nostro aiuto! Uniamoci e andiamolo a trovare lasciando magari qualche commento, sono sicura che ne sarà felice.

Ecco, ve lo presento:

“Mi chiamo Gabriele, ho 16 anni e un tumore. Tumore maligno, chiamarlo cancro fa male e mette paura. Non mi resta che sperare, chiedere aiuto a Dio e continuare a lottare per cercare di risolvere la situazione. Anche se non dovessi farcela voglio lasciare qualcosa che possa dire che io ci sono stato, che ho lottato e non mi sono arreso.

Così nasce l’idea di questo blog, mi terrà occupato e mi farà pensare ad altro e se non dovessi farcela rimarrà ai miei genitori e a mio fratello. Servirà a sfogarmi e gridare al mondo quello che ho dentro, sono sempre stato un tipo molto timido e faccio fatica ad esternare i miei sentimenti. Magari servirà anche a conoscere qualcuno che si trova nella mia stessa situazione, a volte, nonostante la vicinanza di tutti, mi sento solo .

Poi dato il mio grande amore per i fumetti avevo in mente di creare delle vignette con le quali tenterò di buttare sul ridere le mie sfortune, le disegnerò a scuola e non so ancore se dire o meno ai miei genitori ciò che voglio fare.

Stò continuando ad andare a scuola ma la concentrazione va e viene, penso a quanto possa essere inutile impegnarsi e studiare. Se tutto dovesse andare male?

I professori a scuola si sono molto preoccupati, in particolare il mio grandissimo prof di religione, e hanno parlato anche loro con lo psicologo. Cosa si saranno detti????

Ogni lunedì salterò con gioia la scuola per andare a Milano, all’istituto dei tumori a fare la chemioterapia, hanno detto che in Italia sono i più bravi e i massimi esperti nel settore così mia mamma dovrà anche prendersi l’incarico di portarmi avanti\indietro  per sei settimane tutti i giorni, dal lunedì al venerdì e poi si vedrà..
 
Caro Gabri, noi siamo con te sempre.
un abbraccio e MAI MOLLARE!
Mi raccomando con i disegni, sono curiosa di vederli e magari pubblicarli in un altro post!!!
 
 

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OLTRE IL CANCRO…SI PUO’

Oggi vorrei richiamare la vostra attenzione su un blog che raccoglie tante storie, tante vite che hanno incontrato una malattia maledettamente infida: il cancro.

Oltreilcancro.it  è un progetto nato per condividere storie e vite di persone che hanno dovuto, o devono, affrontare il cancro e che hanno deciso di raccontare la propria esperienza in un blog, scoprendo che parlarne, scriverne è di grandissimo aiuto. E’ il luogo che accoglie quanti cercano conforto, condivisione di esperienze, di paure e di speranze.

CHI SONO

AnnastaccatoLisa: Avevo 30 anni, un lavoro che tutto sommato mi piaceva, un fidanzato fantastico conosciuto da soli sei mesi, tante amicizie meravigliose e un rapporto stupendo con la mia Mamy. Ero in ottima forma fisica, facevo regolarmente sport ed ero corteggiatissima, coltivavo i miei hobbies, ridevo, mi divertivo, viaggiavo, sognavo, raccontavo la mia vita sul blog, facevo progetti e stavo bene: era decisamente un periodo positivo, tranquillo, sereno.Poi, il 21 novembre 2008, mi hanno diagnosticato un tumore al seno. Per oltre un anno ho lottato contro quel cancro cattivo, aggressivo, “vivace” (come lo definì poi il mio chirurgo ), contro la “bestiaccia” come la chiamo io. Ho combattuto tanto, è vero, ho sofferto, ma ho anche raccontato e condiviso tutto e proprio grazie alla mia mamma, al mio fidanzato, alle mie amicizie, ai miei affetti e al mio blog, posso dire di avere avuto un grande aiuto.  Lo diceva anche Shakespeare: “Quando nel dolore si hanno compagni che lo condividono, l’animo può superare molte sofferenze.” Nel marzo del 2010, all’età di 32 anni, quando avevo ricominciato a prendere in mano la mia vita, mi hanno diagnosticato una seconda “bestiaccia”:  metastasi ai polmoni e ai linfonodi del torace. Continuo a lottare, continuo a condividere, continuo a raccontare la malattia sul mio blog e continuo a considerarmi una malata coccolata, viziata, amata e fortunata. E se la “bestiaccia” è così vivace… beh, io lo sono di più!

IL QUATTRO OTTOBRE 2011 ANNA LISA CI HA LASCIATO PORTANDOSI VIA UNA PARTE ANCHE DI NOI. GRAZIE ANNA STACCATO LISA PER QUELLO CHE CI HAI INSEGNATO GIORNO DOPO GIORNO.

Camden: Un giorno per caso, a 29 anni, ho scoperto che esistevano persone che vivevano senza lo stomaco. Questa cosa mi ha molto impressionata, non ne avevo mai sentito parlare prima. Puntualmente, dopo una manciata di anni, quando ne avevo ormai 35, è toccato a me: mi sono trovata con i sintomi di un tumore allo stomaco (poi confermato) e l’unica soluzione possibile era l’asportazione totale dell’organo. Ho scoperto così che si può vivere benissimo anche senza stomaco e che il cancro si può  superare. Ho deciso di raccontare la mia esperienza in un blog, e dopo sette anni sono ancora qui a parlarne…

Dany63: Ho 47 anni, un marito e una figlia, una vita felice. E non ho mai pensato che mi potesse capitare di ammalarmi di cancro. Ho immaginato la malattia, la morte in molte maniere, ma il cancro mai. Poi a febbraio 2010, in casa con una banale influenza, mi passo le mani tra il seno sinistro e l’ascella e sento improvvisamente qualcosa, qualcosa che non deve esserci, un nodulo duro: il 15 marzo ho la diagnosi, è un tumore al seno. Mi sembra di precipitare in un vortice, in un gorgo oscuro fatto di analisi, esami, visite e prima ancora di capire esattamente cosa sta accadendo vengo operata, e poi mi vengono tolti i linfonodi e poi faccio la radioterapia per sei settimane e poi mi inducono la menopausa perché è ormonorecettivo. E solo ora, forse, posso riprendere a respirare, uscire dall’apnea: a nove mesi dalla diagnosi sto bene, non ci sono metastasi, le analisi sono a posto. Se ho lottato e superato questi mesi è stato anche grazie alle persone che ho incontrato nei blog, dove fin dalle prime notti insonni ho cercato conforto e una parola di speranza. Trovandoli.


Giorgia: Ho iniziato a parlare di cancro sul mio blog nel 2004, quando ho scoperto che dopo sei anni dalla quadrantectomia con la quale mi era stato asportato un carcinoma duttale infiltrante dal seno desto, dovevo fare i conti con un paio di metastasi epatiche e ricominciare tutto da capo. Chirurgia, chemio, ormonoterapia.  Un mucchietto di cellule dormienti si era risvegliato da un lungo sonno, e questa volta dovevo mettercela tutta per superare anche questa nuova battaglia. Avevo un’arma in più: il blog, appunto. Un luogo in cui fare outing e raccontare la mia vita con la malattia, senza compromessi e senza sconti, attirando la curiosità affettuosa dei sani e l’attenzione vitale di chi, come me, stava lottando per continuare a vivere.  Ero diventata una “cancer blogger”. E mi piace credere che sia stato anche per questo se le mie cellule non hanno più fatto i capricci.

Innoallavita: 2 anni fa diagnosticarono un adenocarcinoma polmonare a mia madre, un anno fa un nodulo al seno a me. Lei sta combattendo ancora la sua battaglia impari e ormai alla fine, io ho passato indenne il primo anno di controlli, con la assoluta consapevolezza che, però, il male può sempre ricomparire. Ho 2 bimbe piccole che sono il motivo principale per cui non devo mollare mai. Condividere la mia esperienza con chi già ci è passato è stata una vera terapia dell’anima. Innoallavita perchè, dopo ogni tenebra, ricompare sempre l’alba…

Juliaset: Nel 2007 ero una donna come tante, divisa tra mille impegni e sempre alle prese con la necessità di conciliare il ruolo di mamma di due bambine piccole con quello di lavoratrice. Poi, inaspettatamente, ho incontrato il mio lupo cattivo, il cancro al seno, ed ho avuto paura di non poter più scegliere niente. Nell’estate dello stesso anno, mentre facevo le terapie, ho preso in prestito la bellezza di un frattale ed ho cominciato a scrivere un blog. E’ stato così che, lungo la strada verso la guarigione, ho scoperto il potere della fantasia, il conforto della scrittura e il valore inestimabile della solidarietà.

Mamiga: Era il 2010: avevo 37 anni, un marito e un bambino di sei che stava finendo l’ultimo anno di asilo, tre gatti e una casa di cui occuparmi.  L’otto febbraio ho saputo che un piccolo nodulo indolore scoperto sul mio seno un sabato mattina qualsiasi mi avrebbe sconvolto l’esistenza, la avrebbe sconvolta a me e alla mia famiglia per intero.  E non solo in negativo, checchè se ne possa pensare. Ho familiarizzato con termini che prima avevo paura perfino a pronunciare, ma anche solo sentirli mi metteva addosso un senso di rifiuto. Ho vinto la mia paura del dolore, dei corridoi d’ospedale, del vomito e dell’alzarmi la mattina guardandomi allo specchio senza riconoscermi. Ho sentito concretizzarsi l’amore della mia famiglia che mi si è stretta attorno, che mi ha portato in braccio, che non mi ha lasciata sola un momento.  La stessa famiglia che si è stretta attorno a mia madre quando, solo otto mesi dopo la mia diagnosi, ne ha ricevuta una della stessa identica portata: carcinoma al seno. Parte del percorso quindi lo abbiamo fatto e lo stiamo facendo assieme, condividendo paure e speranze, stringendoci in una battaglia verso la riconquista della nostra vita.  Lungo questa strada così particolare ho conosciuto tante persone meravigliose: teste pelate come me, che mi hanno insegnato il coraggio. E curandomi continuo a essere la mamma, la moglie, l’amica, ma soprattutto la donna.

Marco: Il cancro ha sempre fatto parte della mia vita essendomi ammalato prima da bambino, a 12 anni, e poi da adulto, a 30. Quello che sono adesso è dovuto anche alla malattia che ha influenzato tutta la mia vita, la mia sensibilità, i miei momenti di riflessione ma anche le mie ansie e le mie paure. Ho cominciato a scriverne poco dopo l’intervento che nel 2008 mi ha reso disabile. Scriverne è stato liberatorio. Da bambino invece ho tenuto tutto dentro, per timidezza, per vergogna. Adesso no. Ho scelto di fare l’opposto. Il silenzio mi aveva fatto troppo male…

Mia: Nell’estate del 2005 avevo 36 anni e la mia vita stava andando a gonfie vele: famiglia, amici, lavoro… tutto funzionava a meraviglia. Tranne qualche fastidioso problema di digestione. Dopo sette mesi e molti esami, analisi e visite, nel marzo del 2006 mi è stato asportato dall’addome un enorme liposarcoma, un tumore maligno raro. Un anno e mezzo dopo, ho avuto una recidiva e ho aperto un blog in cui chiunque avesse voglia di sapere come stavo poteva trovare notizie ed aggiornamenti sulla malattia e non solo, raccontati, per quanto possibile… con un sorriso!

Milva: Sono la più “vecchia” del gruppo. Vecchia di malattia, perché il cancro alla mammella è arrivato 11 anni fa, quando ne avevo 37. Si era presentato come brutto e cattivo, ma, il bastardo, non si è più fatto vivo. Posso dire di essere guarita? Mah, per i medici sì, e questo è grandioso. Io sono comunque sempre vigile e dentro mi è rimasta quella che io chiamo “invalidità psicologica”, che credo non mi abbandonerà mai più. Non ho un blog mio, ma sono qui per mettere a disposizione di tutti la mia esperienza di volontaria per “incontrare”  donne che sanno quanto sia più facile dialogare di un argomento così doloroso con chi ha vissuto la stessa esperienza. E per  aiutare anche i mariti, i padri, gli amici. Per condividere anche la loro sofferenza. Per  stare meglio vicini alle loro compagne, figlie, amiche. Il contatto con tante donne che hanno conosciuto il cancro, l’ascolto delle loro domande, il desiderio di trovare risposte, la mia innata curiosità, mi hanno portato a chiedere spiegazioni ai medici, a informarmi sui diritti, a valutare di persona certi servizi. Anche questa esperienza è a disposizione di tutti.

piccolaVale: 27 anni ed una vita più che intensa. Lavoro fantastico, palestra tutti i giorni e un ragazzo meraviglioso. Poi un po’ di stanchezza, faccio le analisi e nella mia vita entra lei: leucemia mieloide acuta. Il giorno prima ero una ragazza indaffarata, quello dopo una malata ematologica in attesa del suo primo ciclo di chemio che cercava di arrivare a patti con l’idea di un trapianto di midollo osseo. Ora, a 7 anni dalla diagnosi e a 6 dall’autotrapianto, ho deciso di parlare di me e della mia malattia, per esorcizzarla, per sconfiggerla definitivamente e per stare vicino a chi la conosce per la prima volta.

Rominafan: avevo solo 21 anni e la mia vita, improvvisamente, aveva preso una piega poco rassicurante. Una tosse che non mi dava tregua, un prurito micidiale, insonnia, perdita di peso. Un incubo che si è protratto per otto mesi, fin quando, finalmente, un medico si è accorto che la colpa non era nè dello stress, nè di fantomatiche allergie: era di un linfoma di Hodgkin, molto esteso e avanti nella stadiazione. Passato il primo momento di paura e di sconcerto, decido di conoscere il mio nemico, di sapere con esattezza chi è, cosa vuole da me e cosa posso imparare da un’esperienza come questa. I sei mesi di chemioterapia sono un’esperienza di crescita incredibile, di introspezione e di scoperta, di grande sofferenza e di tanta ironia. Sono passati ormai 5 anni e ho deciso di condividere con voi tutti la mia esperienza qui su Oltre il Cancro e sul mio blog.
Sissi: Tornavo a Parigi dopo cinque settimane perfette, adagiata sulle spiagge dell’America Centrale: “Faccia gli esami del sangue”, sentenziò il mio medico, troppo saggio per chiedere i dettagli della vacanza.
E il giorno dopo, esiti in mano, credemmo a un errore. Io mi sentivo benissimo: abbronzata, rilassata, in perfetta forma.
La radiografia, la scintografia, la biopsia diagnosticarono il contrario: malattia di Hodgkin, un nome allarmante, spiegato in wikipedia.
Un nuovo viaggio, ma stavolta non avevo comprato io il biglietto, non potevo scegliere le tappe e nemmeno dove fermarmi…

Stribili: Trascorrevo ogni minuto di tempo libero in movimento all’aria aperta, vagavo in sella alla mia bici tra monti e laghi. La stagione del 2007 fu una delle migliori per quantità e qualità di chilometri percorsi, ma era solo la calma prima della tempesta. All’inizio di dicembre di quell’anno mi diagnosticarono un tipo di sarcoma, un cancro raro e aggressivo che cresceva a velocità impressionante spegnendomi, sempre di più, con la stessa rapidità. Non c’era tempo per capire, non c’era tempo per pensare, bisognava intervenire subito altrimenti il 2008 non l’avrei visto neanche cominciare. Ebbe inizio così la mia salita più importante e faticosa…

Timenn, tempo all’infinito. E’ il nick che ho scelto da quando il cancro è entrato prepotentemente a far parte della mia vita. E della vita delle persone a me care: mia figlia Maria, mio marito Giorgio.
Nel 2008, mi è stato diagnosticato un adenocarcinoma gastrico rimosso con gastrectomia totale a cui sono seguiti durissimi cicli di chemioterapia.
E la paura, il dolore, il senso di non governo delle azioni sono diventati i miei compagni di viaggio..Da subito il bisogno vitale di dare un senso a quanto accaduto. Da subito il bisogno di non sentirmi “sola”. Grazie a internet sono potuta entrare in contatto con “persone come me” e da li in poi il percorso di rielaborazione ha potuto iniziare. Sì perché la condivisione che ho trovato, anche aprendo un blog, sta trasformando questo viaggio infernale in un viaggio in cui esiste una via d’uscita. Il confrontarsi, lo sto sperimentando, è un primo importante passo verso una nuova consapevolezza, verso una ricerca sul senso da dare alla vita e … non solo alla malattia. La malattia, quindi, come occasione di crescita: anche se sinceramente ne avrei fatto a meno..Non cerco più il “perché” al cancro e il “perché” proprio a me..Allargo il pensiero per cercare di dare un senso alla VITA… perché vivo e perché sono qui.. Si dice che la fortuna è cieca ma la sfiga ci vede benissimo. Ma a me non interessa, mi interessa VIVERE e soprattutto comprendere in pieno “perché”.

Widepeak: Quando ho scoperto di avere il cancro le mie figlie avevano 1 e 3 anni appena compiuti. Ho anche scoperto che il cancro me lo sarei dovuto tenere per sempre. Da allora sono passati tre anni e io continuo a sostare sulla cima della mia montagna (on the widepeak, appunto) per guardare meglio più lontano che posso, e continuo a parlare delle mie cellule impazzite con affetto. La nostra, vedete, deve diventare una lunga lunga convivenza, ho intenzione di fare durare piuttosto a lungo quel “per sempre”.


wolkerina: Nel momento più bello della mia vita, a marzo del 2010, rientrata da due mesi al lavoro dopo la maternità, attesa, sospirata e finalmente arrivata, scopro che quel nodulo da mesi presente non era legato all’allattamento, aveva un nome diverso: cancro al seno.
Mi sono curata, ho fatto tutto quello che era necessario fare e pensavo di essermi lasciata alle spalle i momenti più brutti quando, a giugno del 2011, ho scoperto che i momenti più difficili dovevano ancora iniziare. Senza pensarci troppo ho aperto un blog, uno dei miei buoni propositi per vivere a lungo. Ho sentito la necessità quasi fisica di condividere quanto mi stava accadendo, perché sono convinta che avere dei compagni aiuta e sapere di non essere soli rende il percorso da fare meno duro.

Ziacris: A 46 anni non avevo mai avuto a che fare più di tanto con gli ospedali e con le malattie. La prima  volta all’ospedale a 8 anni per l’intervento all’appendice, poi a 20 anni  per partorire, infine basta. Ho sempre avuto una salute di ferro, al massimo potevo prendere l’influenza ogni 3/4 anni, non mi ero mai ammalata seriamente. Fino ad allora, poi a 46 anni mi ammalai di cancro al seno. Il mio mondo, la mia vita si sono completamente ribaltate, mi sono trovata a dover combattere con una “cosa” più grande e più forte di me. Una “cosa” che mi ha gettata in un tunnel del quale non vedevo il fondo, ma il fondo c’è, esiste. Adesso, a 53 anni, sono qui a raccontare la vita quotidiana di una donna,mamma, moglie, amante, figlia, sorella e anche nonna.

Parlare di dolore, di malattia, a volte purtroppo anche di morte, FA PAURA. Rimanere in silenzio, soli, senza parlarne e far finta che non esistano significa NON AFFRONTARE LA VITA e le sue sfaccettature.

Queste persone CONDIVIDENDO la loro esperienza ci permettono di entrare nel loro mondo che non è fatto solo di dolore e paura, ma anche di lotta, di speranza, di ironia. Le loro storie ci consentono di approfondire un lato difficile della vita che in piena salute a volte non è visibile o viene sottovalutato, molto sottovalutato.

LORO hanno imparato molto dalla loro esperienza, e voi?

Cosa avete capito leggendo le loro storie?

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